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Jordan by Laura Poli and Norberto Masciocchi - Italian only
 

Breve racconto di un viaggio di una settimana nel Sud della Giordania

Febbraio 2006

Primo giorno:

Milano-Amman via Parigi (la combinazione più comoda e meno cara, che permette di arrivare ad un’ ora decente (7 pm) anziché nel cuore della notte). Nonostante l’immancabile ritardo del volo da Malpensa, con una corsa ad ostacoli assolutamente sfiancante per raggiungere il giusto terminal, scavalcando di potenza e agilità (?) scale mobili, persone e carrelli dell’immondizia, e oltrepassando con successo (con numerosi controlli) le innumerevoli barriere di polizia e doganali, riusciamo ad imbarcarci in tempo utile sul volo per Amman (in un bagno di sudore, tossicchiando e rantolando come se avessimo l’aviaria)
Arriviamo in orario e con l’autobus navetta (con frequenza di ogni mezz’ora) giungiamo in centro città: Stazione Abdali. Da qui, a piedi, arriviamo in pochi minuti all’Albergo Caravan (doppia a 28 JD, circa 35 euro) proprio di fronte alla grande moschea azzurra di Re Abdullah e di fianco ad una Chiesa ortodossa; all’alba si alterneranno il muezzin (prima delle 5) e, poco dopo, le campane… In questa zona alla sera (sono già le 9) è quasi tutto chiuso e ci spostiamo, in taxi (a 1 JD) in un’altra zona (in Jebel Amman) che è decisamente più viva, con vari ristoranti di buon livello. Amman è in effetti costruita su diverse collinette (Jebel) che attorniano la zona archeologica; impariamo che per indicare una zona  o un quartiere va sempre specificata il Jebel (come per i vari colli di Roma). Ceniamo in un eccellente ristorante libanese (Fakhr el-Din), elegante, buono, e non particolarmente caro, frequentato quasi unicamente da locali. Resta poco tempo dopo cena e, pertanto, ci facciamo riportare all’Albergo. Di notte il traffico è quasi assente, e, come impareremo il giorno dopo, rimane tale almeno fino alle 10 di mattina.

Secondo giorno:

Finalmente alla luce del sole (per modo di dire) vediamo il vero l’aspetto (invernale) di Amman: grigio. E, infatti, grigi sono sia il clima che le case, tutte piuttosto basse, cubiche, color sabbia, che si estendono in tutte le direzioni, su e giù per i vari Jebel, per decine di chilometri (in effetti gli abitanti sono diversi milioni). Il traffico non troppo intenso, e, in 15 minuti (di taxi), arriviamo vicino al Teatro Romano. O, meglio, sarebbe più corretto dire “ai teatri”: quello principale e più imponente ed il contiguo Odeon (più piccolo), destinato alla musica, entrambi con la classica forma ad anfiteatro, con gradoni, palco e proscenio. Sono entrambi restaurati e vengono ancora utilizzati per spettacoli durante la bella stagione, per lo più per concerti o pièce tradizionali. Quello che colpisce è che sono proprio in mezzo alle case, di fronte ad una piazza con vari bar e ristoranti, che non aprono prima delle 10, o ben oltre. Ciò significa che facciamo fatica a concederci un caffè o un minimo di colazione, che avevamo rifiutato all’hotel proprio per cercare un posto meno anonimo.
Saliamo sulla collina di fronte (Jebel al Qala’a) dove, oltre ad altri resti romani (colonne, muraglie, ecc.) si possono ancora visitare le rovine di un antico palazzo degli Omayyadi, con un interessante edificio decorato per il ricevimento degli ospiti ancora in ottime condizioni; dall’alto si apre una bella vista sul teatro e sulla città intera, resa ancor più affascinante dal susseguirsi, a mezzogiorno, dei richiami dei muezzin dai vari quartieri e da ogni direzione, che coprono qualsiasi altro suono. Anche il traffico, il mercato ed il viavai della gente spariscono completamente nel lento salmodiare dei vari richiami alla preghiera.
In realtà Amman non offre molto altro da visitare (per un turista frettoloso), e, quindi, già nel pomeriggio ci spostiamo fino ad Aqaba, non in cammello come Lawrence d’Arabia, bensì con un moderno servizio di autobus diretto (della compagnia Jett, in circa quattro ore con rinfresco a bordo), che percorre la Desert Highway in tutta la sua lunghezza, dalla capitale fino al Mar Rosso.
Giungiamo a destinazione che è già buio (sono circa le sette di sera) e, a piedi, dalla stazione dei bus, arriviamo rapidamente all’Hotel Al-Cazar (a 35 JD): enorme, abbastanza confortevole, ma… assolutamente vuoto: in pratica sono occupate due o tre stanze su 100 e passa. Anche in giro per la città di Aqaba, in effetti, e abbastanza sorprendentemente, durante tutta la breve vacanza, incontreremo pochissimi turisti: ci chiediamo se siamo in così bassa stagione (ma il clima sembra decisamente favorevole) o se è la paura del terrorismo che ha frenato molti a venirci. Breve giro in centro alla ricerca di un piacevole posto per cenare: moderno, con un bel lungomare, e diversi ristorantini interessanti, che, nei giorni a venire, avremo modo di provare

Terzo giorno:

Sveglia alle otto, colazione all’hotel e, grazie a un servizio interno dell’hotel, partiamo con un minibus per la spiaggia del Club Murjan (15 minuti a sud della città, sulla costa del Mar Rosso, a pochi km dal confine con l’Arabia Saudita), attrezzato con piscina, sdraio, bar, bagni, docce e noleggio attrezzatura per fare snorkeling e immersioni; il tempo purtroppo è un po’ bigio e il luogo sembra piuttosto desolato, anche perché siamo forse sei o sette persone in tutto.
Facciamo snorkeling con la muta (lunga fino ai piedi e bella spessa) perché, in acqua, in questa stagione non fa molto caldo. L’accesso da riva è abbastanza agevole e riusciamo a vedere diversi pesci, grandi e piccoli, colorati o meno, e persino alcuni barracuda. Nonostante il cielo coperto, la visibilità è ottima e si vede chiaramente l’altra sponda del mar Rosso, con gli insediamenti di città di Taba, in Egitto, e la città di Eilat, in Israele, che, verso sera si illumina in lontananza, al di là del braccio di mare completamente oscuro, con un effetto visivo davvero speciale.
Alla sera, di nuovo ad Aqaba, finiamo per cenare da Alì Babà, in pieno centro e all’aperto, con un gatto che, gironzolando tra i tavoli, chiede anche lui la cena (e la ottiene). Più tardi ci tuffiamo in uno dei tanti Internet Café (che troveremo un po’ dappertutto), e che, con un solo JD, ci permettono un’ora di collegamento.

Quarto giorno:

Questa volta andiamo, con un altro minibus (quello del Red Sea Diving), alla spiaggia che sta di fronte al reef chiamato Japanese Garden, dove siamo completamente soli sotto un bel caldo sole in una giornata abbastanza ventosa. Di conseguenza, la visibilità è compromessa: la sponda opposta è offuscata dalla sabbia rossiccia sparsa nell’aria, ma sott’acqua (a parte un vecchio ed orribile relitto meta di appassionati subacquei), ci sono veramente delle belle zone per fare snorkeling, a 3-5 m di profondità e in un’acqua decisamente limpida: oltre ai soliti pesci colorati, qui ci sono anche numerosi e bei coralli, che, nel pomeriggio, si popolano di polipini coloratissimi. Anche qua si entra direttamente dalla spiaggia (o dal molo), e, nonostante il vento, in acqua ci si sta bene. Fortunatamente, la borsa termica per le vivande (inclusa nella gita) contiene anche un thermos di tè, che, ben caldo, ci ha accompagnato durante tutta la giornata, soprattutto all’uscita dall’acqua!
Nel tardo pomeriggio compare una turista anzianotta svedese che, abbandonati i suoi compagni di viaggio in un Tour Organizzato, ha deciso di sfidare l’acqua gelida del mar Rosso senza muta. Per fortuna il suo boccaglio non funziona bene... e decide di equipaggiarsi meglio per il giorno seguente. Rientro dopo le cinque, e giretto serale in centro, che include anche l’organizzazione del trasferimento a Wadi Rum (deserto roccioso) previsto per il giorno successivo.

Quinto giorno:

Dopo un giro al Castello dei principi Mamelucchi (a sud di Aqaba) ed alcuni acquisti di spezie, partiamo con un’auto (più autista) per il deserto, dove, dopo circa un’ora e mezza, depositiamo i bagagli in un campo beduino di sei tende assolutamente vuoto. Compare il gestore: un palestinese esiliato da 40 anni che ci offre il pranzo e l’immancabile tè. Nel primo pomeriggio saliamo su una 4x 4 guidata da Muhammad (e amico) e passiamo circa quattro ore nel deserto più deserto, su e giù per collinette e dune di sabbia, rocce e piccoli canyon, con diverse soste per il tè e begli archi naturali su cui, ça va sans dire, ci arrampichiamo. Aspettiamo il tramonto in un posto tranquillo e isolatissimo, bevendo ancora tè, scaldato su un fascio di rametti raccolti all’uopo, e rientriamo al campo che è quasi buio.
A cena siamo (ancora) soli, col gestore che ci racconta parte della sua vita in esilio: in giro per il mondo senza passaporto, facendo il cuoco ed il responsabile catering sulle navi per tutti i mari. E’ una serata piacevole, con una montagna di cibo (pollo e riso). Giretto di mezz’ora con la torcia nel buio più buio (anche andare in bagno è un’avventura: meglio lasciare la porta aperta per riuscire a vedere qualcosa …). L’assenza di luci sensate ci impedisce di giocare al solito “machiavelli” o di leggere qualcosa; solo una candela ondeggiante (e la nostra minitorcia) ci permettono di raggiungere la nostra tenda, in cui, sotto a varie coperte, ci mettiamo a nanna. Più tardi, l’atmosfera si “ravviva” grazie a rumori di ogni sorta: cani latranti, vento sibilante, treni in lontananza, ecc. Guardiamo l’ora: sono solo le otto! Puntiamo la sveglia per le 5.30 per vedere l’alba.

Sesto giorno:

Ancora nel semibuio, ci alziamo e ci avventuriamo da soli nel deserto, per avere una visione migliore dell’alba da una delle diverse alture rocciose che ci circondano. Mentre camminiamo ci raggiunge quasi subito un cagnolino (selvatico?) con i colori del deserto: beige, arancione e quasi rosa, che non ci abbandonerà fino al nostro rientro al campo. Ci arrampichiamo su una collinetta rocciosa e scendiamo di corsa dalla parte sabbiosa; il nostro amico ci segue anche dopo il sorgere del sole, mentre ritorniamo dopo più di un’ora in prossimità del campo base; purtroppo i due cani a guardia del campo (Tiger e Lucy) sono molto aggressivi e ingaggiano una serie di zuffe col nuovo arrivato che, solo grazie al nostro continuo intervento, riusciamo a limitare; finisce che anche il nostro amico viene accolto e coccolato dal padrone: speriamo che possa aver trovato una nuova casa o, almeno, la pappa per quel giorno.
Colazione ricca: pane, uova, formaggio e marmellata e tè (ma va’?). Salutiamo il “capo” e saliamo su un’altra auto che in circa due ore ci porta a Wadi Musa, il villaggio che si trova giusto alle porte di Petra. Troviamo immediatamente posto al Silk Road Hotel (bello, grande e pretenzioso ma assolutamente vuoto) e ben prima delle 10.30 varchiamo il cancello di accesso alla zona archeologica, dopo aver versato 21 euro a testa (ma ne varrà assolutamente la pena). Dopo circa 1 km di strada sterrata in discesa, con qualche tempietto, buco o “cubo” Nabateo sui lati, arriviamo al famoso Siq: 1200 m di sentiero in una profonda fessura della roccia, larga o, meglio, stretta in alcuni punti anche solo 2 metri e sovrastata da imponenti pareti verticali con sfumature dall’ocra al rosso al violetto, che si snoda nella montagna non per erosione di acqua e vento ma per effetto tettonico. E’ un percorso mozzafiato, di quelli che non dimenticheremo mai; alla fine del Siq, sbuchiamo di fronte al famoso Tempio del Tesoro (da Indiana Jones...), dove iniziamo la visita alla capitale Nabatea (pre-romana): quasi tutte le rovine sono scavate nella roccia e comprendono ampie sale, tombe, o triclini dai colori sgargianti, grazie all’effetto policromatico delle diverse venature della roccia: giallo, bianco, viola, rossa e perfino azzurrognolo. Le prime che vediamo sono le cosiddette “facciate”, seguite dall’anfiteatro semicircolare rossiccio, dalle tombe dei re, da scale, scalette e caverne, finché giungiamo nella parte romana in fondo alla valle, dominata da una lunga strada (il decumano, senza cardo), da un colonnato, da resti di mercati a vari livelli, da un bel tempio grande e un castello (Qasr Al-Bint) epoca più tarda, di origine ancora ignota. Sono passate 4 ore e mezza dall’entrata e ci meritiamo 10 minuti di sosta (con tè), e poi, via!, per la salita che ci conduce al cosiddetto Monastero: un altro bellissimo tempio costruito in una posizione elevata, con un bellissimo panorama a strapiombo verso ovest. La salita è faticosetta, ma ce la caviamo in meno di un’ora tra rocce, camminamenti e sentieri scoscesi (di tipo dolomitico). Dopo la visita dell’acropoli e una serie di scatti fotografici alla luce giallognola del tramonto, iniziamo al discesa con gli ultimi turisti e con una lunga camminata, di un poco meno di due ore, rientriamo all’albergo, disfatti ma entusiasti della visita.
Cena in un ristorantino con due musicisti che suonano “laud” e tamburo: siamo proprio in piena atmosfera mediorientale e il concerto è particolarmente bello ed interessante.

Settimo giorno:

In mattinata facciamo visita alla Piccola Petra, dove arriviamo in taxi dopo qualche chilometro di strada a curve e controcurve; ci incamminiamo nella stretta e freschissima gola e, anche qui, vediamo templi con facciate scavate in basso / alto rilievo nella roccia colorata e, al loro interno, stanzoni con le pareti liscissime e triclini, allestiti per far mangiare, si dice, i viaggiatori di un tempo (un caravanserraglio o un autogrill?). Dopo una strettoia (e il concetto di strettoia non rende conto del pertugio in cui ci siamo infilati) si apre sotto i nostri occhi (e piedi) un’altra valletta (in cui non c’e’ proprio nessuno), che percorriamo con un po’ di ansia, col timore di non ritrovare il percorso di rientro, dato che è pieno di collinette rocciose, gole e boschetti... Con un po’ di attenzione e individuando alcuni riferimenti naturali per ritrovare il cammino, ritorniamo al nostro taxi (che ci ha aspettati; il giro a piedi dura poco più di un’ora) per farci portare fino a Ma’an, una anonima cittadina situata proprio sulla Desert Highway, da dove partono i mini-bus per il resto del sud del Paese, ed in particolare per la nostra nuova meta: la cittadina di Karak; sul mini-bus siamo (ovviamente) gli unici turisti e, durante tutto il viaggio (di un’ora e mezza), siamo “allietati” dalla predica, registrata su cassetta, di un Imam particolarmente enfatico, retorico o esaltato… Il capolinea dei bus a Karak è ai piedi della rocca su cui giace il centro storico. Pertanto, aspettiamo che compaia un raro taxi per farci portare su su fino al castello, di fianco al quale c’è il nostro albergo (Karak Rest House), molto carino ma assolutamente vuoto. La visita al castello (dei Mamelucchi e dei Crociati, a rotazione ed in funzione di come andavano le guerre nel medioevo..) è abbastanza interessante, anche se per la maggior parte le rovine sono praticamente in macerie, costringendo la nostra fantasia a sforzi immani per immaginarlo intero ed operativo; comunque, particolarmente belli sono diversi corridoi sotterranei e le sale cucina e refettorio, oltre a qualche oscura stanza contigua... Decidiamo che meritiamo di riposarci un poco prendendo il sole su una terrazza (che è in realtà il tetto del museo) e… rischiamo di rimanere chiusi dentro al castello perché non ci rendiamo conto di essere rimasti ben oltre l’orario di visita: fortunatamente un guardiano dall’esterno si accorge di noi e, mooolto gentilmente, ci libera aggiungendo qualche (comprensibile) commento sulla nostra stupidità…
Per consolarci, facciamo visita ad una pasticceria bellissima (con dolci al cocco, miele e sfoglie, pistacchi disposti artisticamente su vassoi rotondi di un metro almeno di diametro): ci facciamo preparare due pacchetti stile “take away” (dureranno fino a casa, anche se… i dolcetti risulteranno un po’ appiccicati gli uni agli altri). In un’agenzia (in realtà, una stanzetta aperta sulla strada con due divani sventrati e un’insegna sbiadita di taxi) prendiamo accordi per farci portare il giorno dopo fino al Mar Morto. In serata, sotto un vento sferzante, ci spostiamo al ristorante Kyr Heres: bello ed elegante, ma anche qui siamo gli unici clienti (a parte alcuni uomini del posto, probabilmente amici del gestore, che bevono caffè con lui). Ci sentiamo un po’ in imbarazzo e fa persino freddo!

Ottavo giorno:

Dopo la colazione (a base di pane arabo, marmellate ma anche hummous e salsine varie in cui non manca l’aglio) nell’albergo deserto, alle 8.30 arriva, puntualissimo, il nostro taxi (non ne eravamo del tutto certi…) e partiamo verso la valle del Giordano: dopo vari posti di blocco, con tanto di Jeep dotate di mitragliatrice, arriviamo all’estremità Nord del Mar Morto dove vorremmo farci lasciare al Dead Sea Rest House che, secondo la nostra guida (la mitica Lonely Planet), dovrebbe essere un buon punto d’accesso alle spiagge e alle docce (particolare importante per potersi poi togliere di dosso il sale); peccato non esista più! Tutta la zona è diventata un (silenzioso) cantiere e non si riesce assolutamente ad accedere alla spiaggia.
In pratica, ci sono solo albergoni molto lussuosi; dopo alcune consultazioni optiamo per il Mövenpick, dove avremo accesso alle spiagge e alle docce e pure (anche se ci interessa meno) alle piscine interne, esterne, con e senza jacuzzi, alle sdraio, ad accappatoio e ciabattine, ecc. alla “modica “ cifra di 27 JD (30 euro) a testa]: non avendo altra scelta, passiamo sotto il metal detector (!), ci facciamo controllare i nostri zaini polverosi e i zozzi scarponcini da trekking (vergognandoci pure un po’, visto l’ambiente di lusso …) e, finalmente, entriamo.
L’albergo e la zona piscina sono effettivamente molto belli, con fiori e fontane dappertutto. Viene però da chiedersi da dove e a che prezzo prendono l’acqua dolce, la cui carenza nella zona è più che evidente… Dopo aver preso un po’ di sole sulla terrazza (con piscine), andiamo in “spiaggia”, ovvero su un terrazzino artificiale coperto di terriccio e sabbia rosa e da una ventina di ombrelloni; non si può dire che qui non ci sia nessuno (anche se non è certamente una zona affollata): ci sono diversi turisti, sia europei che arabi (notiamo che alcune donne stanno sempre vestite anche in acqua).
Finalmente ci immergiamo, per lo meno per quanto si riesce: la concentrazione del sale è talmente alta che, oltre a dare uno strano effetto visivo (è quasi torbida, tipo due liquidi che non riescono a mescolarsi bene), tiene a galla in modo veramente pazzesco. E’ incredibile: stando diritti in piedi dove non si tocca, dal collo in su si resta comunque fuori dall’acqua, oppure si può stare “seduti” o “andare in bici” senza toccare con nessuna parte del corpo! Proviamo anche a nuotare a rana, ma risulta praticamente impossibile: le gambe e il sedere escono totalmente dal pelo dell’acqua!
Dopo una sosta nelle piscine con jacuzzi e una doccia rinfrescante, usciamo sotto il sole a picco a fare l’autostop per Madama; in realtà avevamo chiesto un taxi o un minibus alla reception ma il prezzo minimo richiesto è 20 JD (che N. si rifiuta di accettare); L. si chiede (in rigoroso silenzio) che cos’abbia fatto di male per dover fare l’autostop, alle due del pomeriggio su una strada senza fine nel deserto giordano, con uno zaino di parecchi chili sulle spalle ustionate…
Siamo fortunati: si ferma quasi subito un tizio in macchina (in realtà fa il lavoro di tassista “occasionale” da “autoimprenditore”), ma la cifra che ci propone è effettivamente molto più ragionevole: la metà. Ci consiglia pure un albergo di Madaba che finiamo per accettare: il Black Iris, che non è il massimo ma comunque accettabile, considerando che costa solo 22 JD. Interessante ed atipico, nello stereotipo mediorientale, è il gruppo eterogeneo (di sole ragazze) che lo gestisce, con rappresentanza araba, americana e persino dell’estremo oriente.
Giro cultural-culinario nel piccolo centro di Madaba, dopo un panino con shish-kebab: palazzi e chiese romano-bizantine con mosaici in pietra, probabilmente splendenti all’epoca dei loro fasti, ma ormai abbandonate da tempo. E’ comunque in atto un timido tentativo di restauro e conservazione, grazie anche all’apporto di capitali stranieri che vogliono preservare questo angolo di terra “cristiana” in un paese arabo. Ci facciamo servire il solito tè in un bellissimo cortile ombreggiato e ricco di piante di un bar-ristorante, molto frequentato da giovani del luogo (e non). Decidiamo di tornarci per la cena (con musica dal vivo).

Ultimo giorno:

Sveglia alle 4.30 (in sintonia col primo canto del muezzin). Taxi alle cinque per l’aeroporto e ultimi acquisti al Duty Free. Volo regolare fino a Parigi dove si ripete la scena dell’andata (ci chiediamo se non ci sia una Candid Camera nascosta!); atterriamo all’ora dell’imbarco del volo Parigi Milano: corsa perdifiato, con ripetuti controlli e perquisizioni, scarponcini da slacciare e togliere e sosta… improrogabile in bagno, ma ce la facciamo anche stavolta!

 

Scrivimi/Contact me: info@continenteasia.it
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